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La nostra organizzazione si chiama “Tech Workers Coalition”: la scelta del nome ovviamente non è casuale ma è frutto di riflessioni avvenute a monte della creazione della prima sezione in USA. Ma che cos’è esattamente un Tech Worker? Perché questa dicitura? Vediamo di ripercorrere insieme le idee che stanno dietro a questo termine che, fino a pochi anni fa, era molto raro.

Vi sono dietro al termine due idee fondamentali:

  1. Un lavoratore che lavori nell’industria tecnologica deve organizzarsi con tutte le persone che ha intorno, a prescindere dalle differenze di mansione e di salario.
  2. Un tecnico (per esempio un informatico) o un creativo (per esempio un grafico) sono lavoratori come gli altri, nonostante spesso non ne siano consapevoli e siano immersi in una cultura che li inquadra come potenziali imprenditori in attesa, o come imprenditori che hanno fallito a mettersi in proprio per mancanza di talento o di forza di volontà.

Campus americani e programmatori in batteria

Iniziamo dal primo punto. TWC è partita dall’idea di far scioperare e protestare insieme programmatori e personale di servizio nella Silicon Valley. Questa realtà è molto diversa dall’IT italiano. In California o in Texas molte aziende hanno enormi campus con migliaia di tecnici e altrettanto personale di servizio. All’interno di queste realtà si è sviluppata l’idea di azioni comuni, principalmente per tutelare i diritti del personale di servizio (ad esempio personale delle pulizie o lavoratori delle mense). Questi sono lavoratori precari, spesso con contratti in subappalto ad aziende esterne. Sono quasi esclusivamente persone di colore ed immigrati, residenti fuori dalla Silicon Valley, con salari molto bassi e poche tutele legali. Questo tipo di lavoratori, seppur consapevole dell’importanza di organizzarsi, vede spesso ignorate le proprio proteste da parte della tech company di cui pulivano gli uffici o represse dall’azienda da cui erano impiegati.

Perciò il concetto di Tech Worker è nato per trovare un terreno comune tra queste persone e chi direttamente produce software o hardware: sebbene siate in condizioni materiali estremamente diverse, entrambi siete necessari per la produzione di tecnologia, entrambi potete avere un impatto sulla compagnia per cui lavorate, entrambi condividete gli stessi spazi fisici, anche se non vi vedete o non vi guardate. Il termine “Tech Worker” è quindi un modo di trovare le similarità e gli interessi in comune in una società e in una cultura che vi spinge a considerarvi diversi.

Negli anni questa idea si è evoluta ed espansa per includere alleanze diverse: esempi lampanti sono le proteste dei rider dei vari servizi di consegna del cibo supportati dai dipendenti interni, oppure ancora le proteste e scioperi dei magazzinieri di Amazon coordinate con le varie organizzazioni di sviluppatori software. Altre alleanze hanno visto unirsi figure diverse coinvolte nella produzione software, come ad esempio in Google, dove la distinzione di tutele e di salario tra dipendenti interni e programmatori precari è netta. I primi sono sbandierati come l’eccellenza, pagati con salari sopra la media e con ampi benefit, mentre i secondi, tantissimi, pur svolgendo le stesse mansioni, sono pagati molto meno e con poche tutele. Lavorando nelle stesse stanze, sullo stesso codice, è molto difficile ignorare la contraddizione e l’ingiustizia di un sistema simile.

E in Italia? Queste alleanze non esistono ancora, sono da creare. I grandi campus qui non esistono, ma nonostante ciò esistono realtà con dinamiche simili, in cui grandi società creano le loro divisioni tecniche in uffici con centinaia di consulenti stipati in enormi open space, dipendenti interni e il relativo personale di servizio. Le dinamiche non sono molto differenti da quelle descitte poco sopra, con la differenza che i programmatori italiani, pur avendo condizioni lavorative sicuramente migliori di tante altre figure, non godono minimamente degli stessi privilegi delle loro controparti americane. Se in USA un ingegnere del software pagato 160.000 dollari l’anno richiede parecchio impegno per essere convinto di avere interessi comuni con una donna messicana che gli pulisce la scrivania, in Italia una programmatrice che lavora 10 ore al giorno ed è pagata 25.000 euro nonostante diversi anni di esperienza, sarà molto più facile da convincere. La distanza tra lei e la persona che le serve il pranzo in mensa è molto minore.

Tuttavia non illudiamoci: l’Italia ha un settore IT e un’economia molto diverse da quelle USA. I tecnici hanno meno privilegi e i problemi sono diversi. Tech Workers Coalition Italia vuole evitare di appiattirsi sulle idee formulate dagli Americani, ma nonostante questo condividiamo il valore di un’identità condivisa, di sentirci tutti lavoratori tecnologici. Come si svilupperà quest’identità in futuro e quali alleanze creerà sono cose che al momento sono in divenire e dovranno adattarsi alla situazione del nostro paese.

Ideologia californiana e entreprecariato

In USA, buona parte del settore tecnologico si è sviluppato in una dimensione ideologica molto specifica che oggi per semplicità chiamiamo Ideologia Californiana, dal nome dell’omonimo articolo di Richard Barbrook e Andy Cameron. Oltre alla natura salvifica e liberatoria della tecnologia, la cancellazione della sua dimensione politica e l’esaltazione della competizione, questa ideologia ha lasciato un’altra impronta importante sul settore tech: l’idea che ogni persona con competenze tecniche non sia un lavoratore, ma un imprenditore di sé stesso, associato temporaneamente e per libera scelta ad una o all’altra azienda per coltivare interessi specifici per poi, prima o dopo, mettersi in proprio. Quest’idea si è tradotta in tante storture del mondo tech, come ad esempio l’incentivo a cambiare spesso azienda, l’ostilità alla sindacalizzazione o la pressione a coltivare le proprie competenze lavorative durante il tempo libero, portando spesso a comportamenti disfunzionali, isolamento sociale, stress, fear of missing out e in generale ad un’erosione tra tempo del lavoro e tempo personale.

L’IT italiano, pur esistendo in una società diversa, ha importato in parte questi valori alieni nella provincia dell’Impero, con un senso di emulazione, spesso goffa, dei modi e dei costumi della Capitale: la Silicon Valley. Nel mentre, una generale transizione verso una cultura della precarietà, frutto sia di pressioni culturali, politiche ed economiche esterne, sia autoctone, ha portato alla situazione odierna, dove buona parte dello sviluppo tecnologico in Italia è fatto in una condizione di entreprecariato. Titolo di un libro di Silvio Lorusso, questo termine descrive la condizione in cui il lavoro precario e l’imprenditorialità si confondono in maniera tossica e il lavoratore è costretto a spendere tempo ed energie nel promuovere sé stesso ai clienti, nel costruirsi un brand personale, il tutto senza il ritorno economico legato al prendersi il rischio imprenditoriale. Le partite IVA che in Italia spingono la digitalizzazione delle piccole e medie imprese, che fanno i siti vetrina, che lavorano su quei software molto richiesti ma non “cool” sono spinti da un desiderio di indipendenza e dalla speranza di un guadagno migliore, che per alcuni arriva ma spesso con costi personali eccessivi: stress, burnout, ansia.

Quindi il Tech Worker vuole opporsi a questa idea del lavoro. Creare software, creare tecnologia, è un lavoro e chi lo svolge è un lavoratore. Sono tecnici, professioniste e professionisti, sono individui responsibili di ciò che creano, non ingranaggi da standardizzare così da poter essere rimpiazzati alla prima occasione. Sono quelli che tengono in piedi questo settore ma che non hanno la stessa voce e la stessa visibilità delle loro controparti più “hip”, più interessanti, più presentabili. Quelli allineati ai valori, alle mode, alle storie che arrivano dall’America. Quelli che misurano il proprio successo in base a quanto sono trendy le cose che fanno o le tecnologie che usano, e non per la qualità del risultato o la cura che vi hanno messo. L’obiettivo non è creare un conflitto tra questi lavoratori, ma liberare entrambi dalla pressione economica, psicologica e sociale operata da questa ideologia. Per alcuni si presenta come un salario basso perché si sono spesi 10 anni a customizzare gestionali in Java, per altri si presenta come l’impossibilità di mettere su famiglia per inseguire la propria carriera da UI designer all’estero, lavorando 10+ ore al giorno. Per altri ancora si traduce nel dover abbandonare la propria passione perché un programmatore, passati i 40 anni, è considerato da buttare e l’unica scelta dignitosa è arruolarsi tra le fila dei manager.

Questa non è la nostra idea di lavoro. Questa non è la nostra idea di come la tecnologia dovrebbe essere prodotta. Questa non è la nostra idea di lavoratore. Il nostro obiettivo è creare nuove lavoratrici e nuovi lavoratori tecnologici: consapevoli, liberi, forti, responsabili, autonomi, uniti e solidali. Lavoratori capaci di scegliere per sé stessi e di creare una tecnologia vicina alle persone, alle comunità e capaci di dire no quando gli viene chiesto di sviluppare software che danneggerà altre persone. Se tu che stai leggendo sei arrivato fino a qui, sei già parte del cambiamento. Unisciti a Tech Workers Coalition Italia oggi.

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